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CERIMONIA DI COMMEMORAZIONE DELLE VITTIME DELLE FOIBE E DELL’ESODO GIULIANO ISTRIANO DALMATA

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10 febbraio commemorazione Piazza Caduti.jpegSi è tenuta ieri, lunedì 10 febbraio, la commemorazione per il Giorno del Ricordo in Piazza Caduti, a cui erano presenti il Sindaco di Mogliano Veneto, le associazioni combattentistiche e d’arma, la Protezione civile, la Polizia locale, l’Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia (UNUCI), diversi esuli istriano dalmati e giuliani, e il parroco don Samuele Facci.

 

Dopo la deposizione di una composizione floreale sottogola lapide commemorativa e la lettura della "Preghiera dell'Infoibato" a cura del Generale B.A. Giuseppe Frascella, è seguito l'intervento del Sindaco di Mogliano Veneto, Davide Bortolato, di cui si riporta la versione integrale:

 

“Celebrare il Giorno del Ricordo, oggi, 10 febbraio, significa rivivere una grande tragedia italiana, vissuta allo snodo del passaggio tra la Seconda guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda. Un capitolo buio della storia nazionale e internazionale, che causò lutti, sofferenza e spargimento di sangue innocente.

Mentre, infatti, sul territorio italiano, la conclusione del conflitto sanciva la fine dell’oppressione e il graduale ritorno alla libertà e alla democrazia, un destino di ulteriore sofferenza attendeva gli Italiani nelle zone occupate dalle truppe jugoslave.

Un destino comune a molti popoli dell’Est Europeo: quello di passare, direttamente, dall’oppressione nazista a quella comunista. E di sperimentare, sulla propria vita, tutto il repertorio disumanizzante dei grandi totalitarismi del Novecento, diversi nell’ideologia, ma così simili nei metodi di persecuzione, controllo, repressione, eliminazione dei dissidenti.

Un destino crudele per gli italiani dell’Istria, della Dalmazia, della Venezia Giulia, attestato dalla presenza, contemporanea, nello stesso territorio, di due simboli dell’orrore: la Risiera di San Sabba e le Foibe.

Non si trattò, come qualche storico negazionista ha voluto insinuare, di una ritorsione contro i torti del fascismo. Perché tra le vittime italiane di un odio, comunque intollerabile, che era insieme ideologico, etnico e sociale, vi furono molte persone che nulla avevano a che fare con i fascisti e le loro persecuzioni.

Tanti innocenti, colpevoli solo di essere italiani e di essere visti come un ostacolo al disegno di conquista territoriale e di egemonia rivoluzionaria del comunismo titino.

Militari, sacerdoti, civili, impiegati e insegnanti conclusero tragicamente la loro esistenza nei durissimi campi di detenzione, uccisi in esecuzioni sommarie o addirittura gettati, vivi o morti, nelle profondità delle foibe. Il catalogo degli orrori del ‘900 si arricchiva così del termine, spaventoso, di infoibato.

Furono migliaia i cittadini italiani infoibati dopo inaudite violenze e persecuzioni morali e fisiche.

Cominciò poi il drammatico esodo verso l'Italia: uno stillicidio, durato un decennio con centinaia di migliaia di esuli costretti a lasciare la propria terra e le proprie case, tra infinite difficoltà e sofferenze. Paesi e città si spopolavano dalla secolare presenza italiana, sparivano lingua, dialetti e una cultura millenaria, venivano smantellate reti familiari, sociali ed economiche. Il braccio violento del regime di Tito si abbatteva furiosamente cancellando storia, diversità, pluralismo, convivenza, sotto una cupa cappa di omologazione e di terrore. Ma quei circa 250.000 italiani profughi, che tutto avevano perduto, e che guardavano alla madrepatria con speranza e fiducia non sempre trovarono in Italia la comprensione e il sostegno dovuti. Per una serie di coincidenti circostanze, interne ed esterne, sugli orrori commessi contro gli italiani istriani, dalmati e fiumani, cadde una ingiustificabile cortina di silenzio, aumentando le sofferenze degli esuli, cui veniva precluso perfino il conforto della memoria.

Ma la verità storica non può essere nascosta, la verità è più forte di qualsiasi ideologia, di qualsiasi negazionismo.

E se la Resistenza partigiana ridava dignità all’Italia, sarebbe un macroscopico errore considerare questi caduti italiani figli di un Dio minore.

Mi piace, a questo punto, dedicare un pensiero alla memoria di Norma Cossetto.

Norma era una cittadina italiana, una studentessa innamorata della sua terra, una figlia premurosa, una sorella affettuosa, una ragazza con tanta voglia di vivere. Norma Cossetto è l'immagine più fiera e autentica delle migliaia di vittime gettate nelle foibe, spesso ancora in vita, dopo ore e giorni di violenze e privazioni che non possono trovare in nessuna ideologia e in nessuna scelta di campo giustificazione di sorta.

Solo dopo la caduta del muro di Berlino – simbolo della divisione – una paziente e coraggiosa opera di ricerca storiografica, non senza vani e inaccettabili tentativi di delegittimazione, ha fatto piena luce sulla tragedia delle foibe e sul successivo esodo, restituendo questa pagina strappata alla storia e all’identità della nazione.

L’istituzione, nel 2004, del Giorno del Ricordo, ha suggellato questa ricomposizione nelle istituzioni e nella coscienza popolare. Ricomposizione che è avvenuta anche a livello internazionale, con i Paesi amici di Slovenia e Croazia, nel comune ripudio di ogni ideologia totalitaria, nella condivisa necessità di rispettare sempre i diritti della persona e di rifiutare l’estremismo nazionalista. Oggi, in quei territori da sempre punto di incontro di etnie, lingue, culture, con secolari reciproche influenze, non ci sono più né cortine né guerre.

Oggi la città di Gorizia non è più divisa in due dai reticolati. Oggi popoli amici e fratelli collaborano insieme per la pace, il progresso, la difesa della democrazia, la prosperità. Un modo di vivere e di concepire la democrazia che va incoraggiato, rafforzato e protetto dalle numerose insidie contemporanee, che vanno dalle guerre commerciali, spesso causa di altri conflitti, alle negazioni dei diritti universali, al pericoloso processo di riarmo nucleare, al terrorismo fondamentalista di matrice islamista, alle tentazioni di risolvere la complessità dei problemi attraverso scorciatoie autoritarie.  Molti, figli e discendenti di quegli italiani dolenti, perseguitati e fuggiaschi, portano nell’animo le cicatrici delle vicende storiche che colpirono i loro padri e le loro madri. Ma quella ferita, oggi, è ferita di tutto il popolo italiano, che guarda a quelle vicende con la sofferenza, il dolore, la solidarietà e il rispetto dovuti alle vittime innocenti di una tragedia nazionale, per troppo tempo accantonata.

La libertà e la convivenza pacifica dei popoli sono valori che vanno sempre difesi, sostenuti, tramandati. Affinché nessuno sia più costretto ad usare le parole che Sergio Endrigo dedicò alla sua Pola nella canzone 1947:

Come vorrei essere un albero che sa, dove nasce e dove morirà”.

 

La cerimonia si è conclusa con una piccola degustazione di prodotti tipici istriani, organizzata dalla Pro loco.

 

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